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Come si diventa terapista occupazionale – Professioni emergenti

Tra le tante definizioni della terapia occupazionale, forse la più appropriata è quella che scompone ai minimi termini questa disciplina, mettendone in risalto il senso profondo: la terapia occupazionale migliora la qualità della vita di un paziente, la sua autonomia e la sua capacità di socializzare. Il terapista occupazionale è il professionista che, per esempio, aiuta una persona diventata paraplegica o un anziano con problemi articolari a riacquistare autonomia, favorisce l’inserimento nella comunità di bambini e ragazzi affetti da disturbi neuro-psichiatrici. Vediamo come si diventa terapista occupazionale.

In Italia questa figura è stata introdotta soltanto da pochi anni. Lo specifico profilo professionale è stato riconosciuto e regolamentato da un decreto ministeriale del 17 gennaio 1997. All’articolo 1, il provvedimento dà una definizione formale del terapista occupazionale:

È individuata la figura professionale del terapista occupazionale, con il seguente profilo: il terapista occupazionale è l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante, opera nell’ambito della prevenzione, cura e riabilitazione dei soggetti affetti da malattie e disordini fisici, psichici sia con disabilità temporanee che permanenti, utilizzando attività espressive, manuali-rappresentative, ludiche, della vita quotidiana.

Il terapista occupazionale è una figura fondamentale delle scienze riabilitative per la sua versatilità e la capacità di intervento.
Può infatti

  •  aiutare persone anziane affette da patologie neurologiche, da disturbi reumatici o da depressione a recuperare autonomia e a conservarla;
  • attraverso il gioco e il lavoro manuale, educare bambini alla partecipazione alla vita scolastica, familiare e della comunità;
  • riabilitare persone che hanno subito gravi danni fisici permanenti, riorganizzando la vita quotidiana in base alle nuove esigenze;
  • cercare di rafforzare le prestazioni psichiche dei pazienti e la normalizzazione dei movimenti.
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Flickr.com-Joint Base Lewis McChord

Come si diventa terapista occupazionale?

Per accedere alla professione è necessario conseguire una laurea di primo livello, che prevede anche il superamento dell’esame di Stato per l’abilitazione. Il corso di laurea in terapia occupazionale (detta anche ergoterapia) dura tre anni ed è raggruppato nelle professioni sanitarie della riabilitazione all’interno della facoltà di Medicina.

Al momento, solo le università di 11 città italiane hanno istituito questi corsi: ci sono l’Università La Sapienza di Roma, l’Università degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di Pisa e l’Università di Padova tra le più importanti. Trovi l’elenco completo sul sito dell’AITO, l’Associazione Italiana Terapisti Occupazionale.

Quali materie si studiano durante il percorso accademico?

Il percorso accademico per diventare terapista occupazionale prevede lo studio del corpo umano, del funzionamento degli organi e del sistema cardiocircolatorio, e approfondisce materie come neurologia, reumatologia, psichiatria e ortopedia, che sono quelle che riguardano più da vicino la professione.

Lavoro terapista occupazionale, gli sbocchi professionali

La terapia occupazionale in Italia sta vivendo una fase di sviluppo. Il professionista può trovare lavoro negli ambulatori, nei centri diurni, nelle Asl, nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) e negli ospedali con reparti di lungodegenza e terapia riabilitativa. Può anche prestare la sua opera per trattamenti domiciliari. Nonostante il periodo complicato che sta attraversando il settore della sanità in Italia, il lavoro c’è, ma le garanzie contrattuali un po’ meno: il terapista occupazionale lavora spesso a partita IVA.

La storia di Daniele

Daniele Tiberio ha 30 anni, è romano, e per lui la terapia occupazionale è stata una scelta di vita prima ancora che professionale. Quasi otto anni fa decise di rimettersi a studiare nonostante una condizione lavorativa ideale: un contratto a tempo indeterminato in una compagnia assicurativa ottenuto subito dopo la scuola e la comodità dell’ufficio nello stesso palazzo della casa dei genitori. Però c’era qualcosa che non funzionava, un senso di insoddisfazione che diventava ogni giorno più forte. Quel sentimento lo portò a rimettere in discussione tutto, a mollare il lavoro e ad assecondare la passione per il campo della riabilitazione.

Daniele riprese gli studi e tre anni dopo poteva festeggiare la laurea in Terapia Occupazionale all’Università La Sapienza. «Il lavoro di terapista occupazionale è ricco di soddisfazioni, ma allo stesso tempo difficile – racconta Daniele -: può portarti all’esaltazione nel momento in cui vedi un tuo paziente progredire e acquistare autonomia, ma può portarti anche a metterti in discussione come professionista quando invece i risultati non sono subito così eclatanti».

Quali sono gli aspetti più gratificanti della professione?

«Una parte bellissima della professione è il lavoro che si fa con i bambini, con i quali si utilizza il gioco come mezzo terapeutico per educarli alle regole e sviluppare la loro manualità. Per esempio, con il nostro lavoro possiamo aiutare un bambino autistico a socializzare, a imparare a giocare con gli altri: sembra un piccolo passo, ma gli cambia la vita».

Quali caratteristiche e quali doti deve possedere un terapista occupazionale?

«Pazienza e forza d’animo sono caratteristiche fondamentali per un terapista occupazionale. Poi c’è bisogno di tanta positività e di entusiasmo da trasmettere ai pazienti. Un’altra dote importante è la capacità di fare autocritica, di mettersi in discussione: è quella sana umiltà che ti fa capire se stai procedendo per la via giusta o se c’è bisogno di modificare un percorso terapeutico. Come per tante altre professioni, infine, anche il terapista occupazionale non deve mai perdere la voglia di apprendere nuove cose».

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